Racconto: Fantasmi

Immagina di trovarti catapultato nel futuro. Cosa succederebbe?

25 Maggio 2020

Vi propongo un racconto che ho scritto per partecipare alla competizione di Minuti Contati, dove è stato proposto un tema, “Ieri, oggi, domani” e di dover ambientare il racconto tra cento anni da oggi, sulla cui base scrivere un racconto breve.

Fantasmi

C’era un ramo di salice che scendeva lentamente nell’acqua, le foglie sommerse. E un airone  fermo come un sasso che di colpo aveva afferrato un pesce col becco, le scaglie d’argento che volavano nelle luce. 

Poi c’era un letto, e una discussione, e il corpo di una donna con la testa troppo piegata all’indietro. E ancora rumore, luci, un motore fuori giri, un lungo vagare nel buio, lampi bianchi, senza un suono. Chi è che guarda queste cose? Perché non si vede? E il freddo… «Spacca le ossa! Le mie ossa!» Senza che riesca a muoversi, Geordie è aiutato ad uscire dalla vasca di ghiaccio che lo ha conservato,  viene pulito, rivestito, accudito con massaggi che gli riportano il calore, il movimento.  È tutto così strano, così insensato: cosa ci fa in quella sala, cosa gli è successo? Forse un incidente? Sente parlare gli infermieri, ma capisce poco o nulla di quello che dicono, forse è all’estero, lontano da casa. «Devo essere stato ferito, non riconosco nulla, nemmeno le mie mani».

Sono giorni intensi e strani, gli infermieri lo aiutano, ma con lui e tra di loro parlano pochissimo. Quando Geordie chiede dove si trova,  si guardano tra loro come se fosse uno scherzo, gli sorridono e vanno via. 

Quando si sente meglio, una signora anziana, con un lungo abito grigio, una spilla con una testa di civetta, lo prende sotto braccio: «Forse ti chiedi che succede, chi sei, ma la domanda più giusta è quando sei. L’altra domanda giusta è perché sei qui. Sono passati più di cento anni da quando sei stato posto in criostasi,  e questa è stata la condanna per quello che hai fatto.  Ora sei ritornato alla vita e sei libero». Escono dall’edificio, all’aperto ci sono grandi prati dal verde punteggiato dai fiori rosa del trifoglio, qualche passante che cammina senza far caso al suo stordimento, più lontano un fiume, più lontano ancora le costruzioni alte di una città. Camminano lentamente, la signora si appoggia a lui, finché non arrivano nella città, seduti insieme. Un professore che passa li guarda, una ben strana coppia, finché vede la signora alzarsi, toccare piano sulla spalla quello strano uomo, col suo sguardo fisso in avanti, che non sembra accorgersi di nulla, e poi va anche lui.

 Passa del tempo, Geordie si scopre seduto in una piazza, la signora scomparsa, fermo senza sapere che fare. Nella testa, ancora flash di rumori, di grida, qualcuno che piange, qualcuno che muore. Una corsa tra gli alberi, poi il buio. Rimane sulla panchina, arriva la notte, una pioggia leggera, il sonno pieno di sogni. 

È il giorno dopo, Geordie visita la città. Nelle strade, pochi passanti; ci sono negozi, ma anche quelli con poche persone. Gli abiti che indossano sono semplici, senza colori intensi, ma sono eleganti. La città è così silenziosa, senza un rumore, senza musica. 

 Prova a chiedere ad un signore molto serio chi lo può aiutare a trovare un lavoro, una casa, ma lo vede esitante:  «Per il lavoro, può andare questa sera nella piazza centrale e chiedere; anche per la casa, se ve n’è una libera. Ma come mai cerca queste cose? Non le ha già?» «Ieri le avevo, oggi no. Ma forse le avrò presto. Lei che lavoro fa?» La gentilezza del signore muta in un attimo in diffidenza e imbarazzo, quasi sussurra rispondendo veloce:  «Mi spiace, ora non ho tempo per parlare. Forse ci incontreremo ancora», e poi si allontana. 

Geordie continua a camminare, non ha più voglia di chiedere. Osserva le persone, così belle ma che camminano le une vicine alle altre senza quasi guardarsi. Lui invece non può farne a meno, e rimane incantato a guardare un ragazzino mangiare con calma una mela, fermo, con la madre vicina, finché lei lo incitò ad affrettarsi: «Carlo, muoviti, che non si diventa più giovani perdendo il tuo tempo», «Si mamma, andiamo». 

A sentire queste parole, e solo allora, come se il Dio del Tempo si fosse materializzato là, a dargli un pugno nello stomaco, Geordie capisce. Gli si blocca il respiro, la vista diventa nera, piegato in due si rende conto che nessuna delle persone che sta vedendo era viva quando lui era stato calato nel freddo, e che nessuno di quelli che erano vivi  ormai lo sono più, ma sono tutti morti, scomparsi come la mela di Carlo. Non ci sono più i suoi figli, i suoi genitori, non ci sono più i suoi amici, né sua moglie, che non c’era già più quando era partito. Non ci sono i gatti che aveva per casa e nessuna delle persone che vedeva ogni giorno senza nemmeno parlarci, senza badarci, e che ora già rimpiange. 

Continua a camminare, ma ora gli sembra di essere fantasma tra i fantasmi. Ora tutto intorno a lui ha preso un gusto strano: i negozi, gli abiti, gli strani comportamenti degli abitanti, che ora corrono, ora vanno lentamente, sembra senza alcuna ragione. Lo stomaco è un blocco di ghiaccio, ma ne esce una nota e d’improvviso inizia a cantare tra sé e sé una vecchia canzone, «Yesterday… All my troubles seemed so far away…».

Delle persone si fermano ad ascoltarlo: 

«Hai sentito quello strano signore? Cosa sta cantando?» 

«Non so, non ne ho mai sentita una così, ma è bella, fermiamoci ad ascoltare.» 

«Sembra così solo.»

 «L’ho visto ieri dormire su una panchina…»

 «Su una panchina? Davvero strano, chissà da dove viene. Chissà se ha mangiato»

Una signora, che ricorda ancora la fame della sua infanzia, gli porge del pane, qualcun altro dell’acqua. Si avvicinano diverse persone ad ascoltare, un ragazzo magrissimo gli offre la sua sciarpa, così bella di seta ruvida, per poi andar via con gli occhi pieni di lacrime, voltandosi di continuo all’indietro.  

Come sono venuti, vanno via. Rimane solo il silenzio della sera. 

Sempre cantando, Geordie torna lentamente indietro, al fiume che aveva visto la mattina. Si siede sotto un albero, rimane fermo come un giorno di una vita lontana era fermo quell’airone. 

L’indomani tornano da lui, vogliono ascoltare ancora quelle canzoni dai testi strani, dalla musica lenta e strana. Lui ne canta altre, poi ripensa al momento in cui ha capito che tutto è cambiato. Ad  occhi socchiusi inizia a dirlo, ad alta voce, per gli altri, per sé stesso; spiega che siamo tutti un lampo, avvolti da un tunnel di mille luci rapide, di mille colori. Racconta delle persone che ha perso, del suo mondo che non c’è più, di ricordi che sembrano ieri, ma forse sono oggi, «e per me non rimane altro che questo domani…»  e mentre parla si addormenta.

Una bambina gli lascia della frutta «perché possiamo tornare domani, ma anche lui dovrà mangiare». A vederlo così indifeso, un signore arrivato tardi si toglie l’abito scuro e glielo posa  addosso, per scaldarlo. Un bambino gli lascia un disegno che ha fatto ascoltandolo. 

E continua così, tutti i giorni, sotto lo stesso albero. Canta i suoi ricordi, insegna che tutto cambia, nulla rimane. E in quel mondo del domani sono tanti che vanno a sentirlo, lui così strano, così vero. 

E un giorno Geordie racconta di come avesse ucciso, di come fosse morto, messo in un bozzolo, rinato…  Nel pieno silenzio, nel loro oggi, insieme, osservano l’acqua del fiume che va, col suo canto lieve.

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