Riflessioni sull'urgenza e la serena confidenza

Ep. 110 Riflessioni su samvega e pasāda

Riflessioni su samvega e pasāda, l'urgenza spirituale e la serena confidenza che ci spingono a praticare sapendo che esiste una via d'uscita

10 Aprile 2021

Terrapura: Meditazione, Mindfulness, Buddhismo
Terrapura: Meditazione, Mindfulness, Buddhismo
Ep. 110 Riflessioni su samvega e pasāda
/

Il Buddha ci insegna che la nostra pratica può essere fortificata da un senso di urgenza spirituale, in lingua Pāli chiamato samvega, urgenza che nasce da un senso di angoscia e disillusione sulla vita come di solito è vissuta, dal terrore di rimanere intrappolati nel dolore e nell’insoddisfazione, dalla determinazione a trovare una via più stabile e significativa.

Questo senso di angoscia viene però bilanciato da un senso di serena fiducia, in Pāli pasāda, che sorge nel momento in cui si trova un modo affidabile per andare oltre il senso di urgenza di samvega.

Il Buddha ci ha raccontato di come sia sorta in lui la forte urgenza spirituale quando incontrò i cosiddetti “quattro messaggeri divini”: la vista di un uomo anziano, di un uomo malato e di un morto, come abbiamo discusso nelle riflessioni sulle Quattro Visioni. Queste visioni hanno colpito così fortemente il Beato al punto da fargli sentire che non poteva continuare a vivere senza aver trovato una stabilità rispetto a questi temi così scioccanti. Questo è proprio l’effetto di samvega, sentirsi aprire la terra sotto i piedi, intuire che nella vita c’è di più, la paura di non aver ancora toccato quel di più, quella stabilità.

Il Buddha però incontrò anche un quarto messaggero, la vista di un monaco itinerante, un samana.

Osservando la libertà, la pace di quel monaco, il futuro Buddha percepì la possibilità di trovare delle risposte a quei temi così vitali, risposte a quelle domande così ineludibili. Sviluppò così il senso di pasāda, la chiara e serena confidenza che esiste un cammino, che lo portò ad essere a sua volta un monaco, offrendosi la possibilità di andare oltre quel senso di terrore pur spinto da un forte senso di urgenza.

Possiamo così dire che samvega sia il motore che accende la trasformazione e pasāda la conoscenza che possiamo fare qualcosa per andare oltre la sofferenza e che quindi valga la pena di praticare. Come dice Thānissaro Bhikkhu:

Così l’atteggiamento buddhista verso la vita coltiva samvega – una chiara accettazione dell’insensatezza del ciclo della nascita, dell’invecchiamento e della morte – e lo sviluppa in pasāda: un percorso sicuro verso il Senza morte. Tale percorso include non solo un orientamento comprovato nel tempo, ma anche un’istituzione sociale che lo nutra e lo mantenga in vita. Sono tutte cose di cui la nostra società ha disperatamente bisogno. È un peccato che, nei nostri attuali sforzi per integrare il Buddhismo, siano aspetti della tradizione buddhista di solito ignorati. Continuiamo a dimenticare che una delle fonti della forza del Buddhismo è la sua capacità di tenere un piede fuori dalle mode, e che la metafora tradizionale per la pratica è che attraversa il torrente andando oltre fino alla riva successiva.

Thānissaro Bhikkhu, “Affirming the Truths of the Heart: The Buddhist Teachings on Saṁvega & Pasāda

Nel Sutta Nipāta, Snp. 4.15, “Attananda Sutta”, “Il bastone brandito”, è il Buddha stesso che ci riporta in versi quando e come lui stesso fece esperienza di samvega:

Vado a raccontarvi
come ho sperimentato
samvega [la costernazione].
A vedere le persone litigare
come pesci in piccoli stagni,
in competizione gli uni con gli altri –
a vedere questo,
una paura mi è sorta.
Il mondo era completamente
senza sostanza.
Tutte le direzioni
erano distrutte.
Alla ricerca di un rifugio per me stesso,
non ne ho trovato uno libero.
Nel vedere
solo competizione,
ho provato disgusto.

Snp 4.15: Attadanda Sutta – “Il bastone brandito

e continuando nei versi il Buddha ci indica in modo davvero efficace la strada di pasāda, quella che “impedisce a samvega di diventare disperazione”:

Quindi vidi
una freccia qui,
così difficile da vedere,
conficcata nel cuore.
Trafitto da questa freccia
si erra in tutte le direzioni.
Ma semplicemente strappandola
non si erra,
non si affonda. [non si va verso nessuna rinascita; non si affonda in nessuno dei quattro flussi della sensualità, delle dottrine, del divenire e dell’ignoranza ]

ibidem

Samvega e le Quattro Nobili Verità

Non dobbiamo confondere samvega con le Quattro Nobili Verità. Queste ultime sono un programma completo di passaggio dalla sofferenza e insoddisfazione fino alla completa liberazione. E’ però vero che senza la percezione della Prima Nobile Verità, che esiste dukkha – il dolore, la miseria, lo stress e l’insoddisfazione, nessuno si metterà mai a percorrere il sentiero del Buddha.

Questa tradizionalmente è una delle cause per cui la rinascita come deva, come semidio, è considerata meno fortunata di quella tra gli umani, proprio perché nei reami dove tutto è piacere e godimento, non sarà facile nemmeno percepire quel senso di insoddisfazione che, per quanto sottile, è comune a noi e ai deva.

Buddha con deva

Non è difficile pensare alla nostra esperienza consumistica, in cui avere cibo, riparo, cure mediche, poter visitare tutto il mondo sono tutte cose che ormai diamo pressoché per scontate. Eppure, anche trovandoci in una condizione che ad un uomo della preistoria apparirebbero come paradisiache, rimane in noi questa agitazione di fondo.

Samvega è proprio questo: riconoscere questa agitazione, portare all’attenzione l’esistenza di dukkha! Quando questo avviene in modo profondo, può essere un’esperienza incredibilmente forte, tanto da scuoterci nel profondo. Ananda K. Coomaraswamy, in “Samvega, ‘Aesthetic shock’“, riporta numerosi passaggi del canone in cui appare questa parola: è tremare di fronte al ruggito di un leone, è scappare di fronte ad un fiume che ha straripato, è un monaco che si agita perché si è dimenticato il Buddha.

Coomaraswamy ci rammenta che la sensazione di samvega possa scatenarsi anche di fronte ai luoghi di pellegrinaggio del Buddha: dove è nato, dove si è illuminato, dove ha tenuto il primo discorso e dove ha raggiunto il parinibbana, alla morte); questi luoghi o anche di fronte alle opere d’arte che rappresentano i grandi momenti della vita del Buddha. Esperienza che deve essere però nutrita dall’addestramento, dalla pratica:

Samvega, quindi, si riferisce all’esperienza che si può sentire in presenza di un’opera d’arte, quando siamo colpiti da essa, come un cavallo potrebbe essere colpito da una frusta.
Si presume, tuttavia, che anche noi, come il buon cavallo, siamo più o meno addestrati, e quindi nell’esperienza è coinvolto più di un semplice shock fisico; il colpo ha un significato per noi, e la realizzazione di quel significato, in cui nulla della sensazione fisica sopravvive, è ancora una parte dello shock. […]
Queste due fasi dello shock sono, infatti, normalmente percepite insieme come parti di un’esperienza istantanea. Nella prima fase c’è davvero un disturbo, nella seconda c’è l’esperienza di una pace che non può essere descritta come un’emozione nel senso in cui lo sono paura, amore e odio.

Ananda K. Coomaraswamy, “Samvega, ‘Aesthetic shock’“,

Samvega e pasāda, motori della liberazione

Concludendo, possiamo leggere un breve sutta che ci illumina rispetto alla forza che dobbiamo mettere nella pratica, ai nostri doveri per poter raggiungere l’obiettivo ultimo della liberazione.

AN 3.92: Accāyika Sutta – Necessari
“Ci sono questi tre doveri necessari per un contadino. Quali tre?

Quando un contadino ara ed erpica bene il suo campo. Arando ed erpicando bene il suo campo, pianta rapidamente il seme. Avendo piantato rapidamente il seme, lo lascia nell’acqua e poi lo estrae.

Questi sono i tre doveri necessari di un contadino. Ora, quel contadino non ha il potere di [dire:] ‘Possano i miei raccolti crescere oggi, il grano domani, e maturare il giorno dopo.’ Ma quando il tempo arriva, i raccolti del contadino crescono, il grano fiorisce, e loro maturano.

Allo stesso modo, sono questi i tre doveri necessari di un monaco. Quali tre? Ottenere una virtù elevata, ottenere una mente elevata, ottenere una conoscenza elevata. Questi sono i tre doveri necessari di un monaco. Ora, quel monaco non ha il potere di [dire:] ‘Possa la mia mente essere liberata dalle impurità attraverso la mancanza di attaccamento oggi, domani o il prossimo giorno.’ Ma quando il tempo arriva, la sua mente è liberata dalle impurità attraverso la mancanza di attaccamento.

Così, monaci, dovete esercitarvi: ‘Forte sarà il nostro desiderio per ottenere una virtù elevata. Forte sarà il nostro desiderio per ottenere una mente elevata. Forte sarà il nostro desiderio per ottenere una conoscenza elevata.’ Così dovete esercitarvi.”

AN 3.92: Accāyika Sutta –”Necessari

Con la speranza che tutti noi possiamo praticare con tale forza e raggiungere presto l’illuminazione a beneficio nostro e di tutti gli esseri.

Riflessioni su samvega e pasada registrate nel gruppo di meditazione di Terrapura il 9 aprile 2021.

Prima di queste riflessioni abbiamo praticato questa meditazione sulla gioia e la felicità:

Photo by Leonard Laub on Unsplash

Ti potrebbe interessare…

Pin It on Pinterest

Share This