Buddha

Ep. 137 Introduzione al Buddhismo: l’etica e i Cinque Precetti

Introduzione al Buddhismo: l'etica e i Cinque Precetti. Indaghiamo quale etica e il ruolo nel Sentiero del Buddha e nel karma

23 Giugno 2021

Questa è la settima puntata dell’introduzione al Buddhismo: l’etica e i Cinque Precetti. 

Precedenti puntate: 

  1. Descrizione della serie
  2. Vita del Buddha
  3. Insegnamenti fondamentali
  4. Il Buddhismo, cosa si intende per esso, come si è diffuso in diverse tradizioni
  5. Sofferenza e felicità
  6. La meditazione

L’etica e i Cinque Precetti

Il  Nobile Ottuplice Sentiero si basa sui tre assi di meditazione, etica e saggezza, nell’insegnamento del Buddha elementi necessari a fornire la base dell’illuminazione e di una vita pienamente vissuta.

Di meditazione abbiamo parlato nel precedente episodio, così oggi vogliamo parlare dell’etica buddhista, in lingua Pāli chiamata sīla, la seconda delle perfezioni, le pāramī

Sīla è un codice di condotta orientato all’armonia e all’autocontrollo, con l’intento di non causare danni agli altri e a sé stessi. L’etica è un aspetto interiore, da sviluppare tramite la consapevolezza; non va intesa in senso di obbedienza alle regole e controllo esterno, ma come un fattore da sviluppare e affinare lungo la crescita nel cammino spirituale. In questo senso è frutto del primo passo dell’Ottuplice Sentiero, quello della Retta Visione, Sammā diṭṭhi, che è proprio la comprensione delle Quattro Nobili Verità e, in ultima analisi, del mondo così come effettivamente è. In questo senso, praticare l’etica vuol dire essere sempre più in armonia con la realtà, favorendone la comprensione profonda e la saggezza. 

Anche in questo caso possiamo vedere come gli insegnamenti del Buddha  si rafforzano gli uni con gli altri: infatti sviluppare l’etica ha una ricaduta importante nella pratica meditativa, permettendo di darle un solido fondamento.  Praticare l’etica permette infatti di essere più calmi e sereni, sapendo che non abbiamo nociuto ad altri esseri; sulla base di questa serenità sarà più facile raggiungere una calma meditativa, la concentrazione del samadhi, che ci permetterà di avere intuizioni profonde che, a loro volta, nutriranno ancora di più l’etica, in un ciclo virtuoso. 

Allo stesso mondo, la saggezza è intimamente legata all’etica: vedere le cose così come sono grazie alla comprensione profonda ci permette di vedere che non esiste un ego autonomo, separato; è questa la strada con cui si apre il cuore verso la compassione e la gentilezza. L’etica in questo modo non è più un fattore esterno, ma nasce dal profondo dalla conoscenza che si sarà sviluppata anche tramite la meditazione. 

Sentiamo le parole mirabili di Ajahn Chah: 

«La moralità è il padre e la madre del Dhamma. All’inizio dobbiamo avere moralità. Moralità è pace. Questo significa che non si commettono cattive azioni con il corpo o con la parola. Quando non facciamo cose sbagliate, non ci agitiamo, e quando non ci agitiamo la pace e il raccoglimento sorgono nella mente. Per questo diciamo che moralità, concentrazione e saggezza sono il Sentiero verso l’Illuminazione percorso da tutti gli Esseri Nobili. Sono tutte quante una sola cosa. Moralità è concentrazione, concentrazione è è moralità. Concentrazione è saggezza, saggezza è concentrazione. È come un mango. Quando è un fiore, lo chiamiamo fiore. Quando diventa un frutto, lo chiamiamo mango. Quando matura, lo chiamiamo mango maturo. Il tutto è un mango, però cambia continuamente. Il grande mango cresce dal mango piccolo, il piccolo mango diventa un grande mango. Li potete considerare frutti differenti oppure uno solo. Moralità, concentrazione e saggezza sono in relazione in questo modo. Alla fine tutto è un sentiero che conduce all’Illuminazione.»

“Al di là”, in “Insegnamenti”, di Ajahn Chah 
Il Buddha predica il primo sermone a Sarnath, il Dhammacakkappavattana
Il Buddha predica il primo sermone a Sarnath, il Dhammacakkappavattana

L’etica nel Nobile Ottuplice  Sentiero

Come abbiamo visto, nel Sentiero l’etica si basa sulla saggezza della Retta Visione e viene ulteriormente dettagliata in altri tre passi: la Retta Parola, Sammā vācā, la Retta Azione,  Sammā kammanta, il Retto Sostentamento, Sammā ājīva

La Retta Parola viene definita così dal Beato: 

«E cos’è la Retta Parola? Astenersi dalla menzogna, dal discorso divisivo, dal discorso offensivo, e dal chiacchiericcio ozioso. Questa si chiama Retta Parola.»

“L’analisi delle Verità”, MN 141

È la parola quando viene accompagnata dalla consapevolezza, con l’intenzione di non nuocere, ma di essere utile, compassionevole. 

Allo stesso modo viene definita la Retta Azione: 

«E cos’è la Retta Azione. Astenersi dall’uccidere creature viventi, dal rubare, dalla cattiva condotta sessuale. Questa si chiama Retta Azione.»

ibidem

L’astensione dall’uccisione non è orientata soltanto agli esseri umani, ma più in generale a tutti gli esseri viventi, in quanto non vi è una vera distanza tra gli uni e gli altri. Per cattiva condotta sessuale si intende forzare altre persone in atti sessuali non desiderati, in particolare le persone più deboli. 

E cos’è il  Retto Sostentamento? 

«È quando un nobile discepolo rinuncia ai mezzi di sostentamento sbagliati e si guadagna da vivere con il giusto sostentamento. Questo è il Retto Sostentamento.»

ibidem

L’insegnamento del Buddha è rivolto non solo ai monaci e alle monache, ma anche ai laici e alle laiche che dovranno procurarsi il necessario per il sostentamento, per la vita quotidiana. Anche in questo caso il primo filtro etico è quello di non nuocere, per cui si eviteranno lavori che portano sofferenza, come fare commercio di  armi, di creature viventi, carne, intossicanti  e veleni (AN 5.177), e che richiedano di agire in modo disonesto. 

I Cinque Precetti

Oltre quella dell’Ottuplice Sentiero, esiste una formulazione sintetica della condotta etica della pratica buddhista, ovvero i Cinque Precetti. Il termine “precetto” è quello abitualmente usato in Occidente, ma più correttamente il Venerabile Thich Nhat Hanh, tornando all’insegnamento originale del Buddha, suggerisce di definirli come “insegnamenti di consapevolezza”,  la cui pratica «ci aiuta ad essere più calmi e concentrati, e porta maggiore intuizione e illuminazione».

Per i praticanti laici, i Cinque Precetti espandono quanto abbiamo già visto nell’Ottuplice Sentiero. Sono definiti in forma negativa, come rinuncia da parte del praticante: 

  1. Assumo il precetto di astenermi dal distruggere intenzionalmente qualunque creatura vivente.
  2. Assumo il precetto di astenermi dal prendere ciò che non è stato dato liberamente. 
  3. Assumo il precetto di astenermi da una cattiva condotta sessuale. 
  4. Assumo il precetto di astenermi da un linguaggio scorretto.
  5. Assumo il precetto di astenermi da bevande intossicanti o da droghe che alterano la mente.  

Rispetto all’Ottuplice Sentiero, si aggiunge l’indicazione di non assumere ciò che riduce intenzionalmente  la consapevolezza, tra cui l’alcol e le droghe. Il precetto non si applica per l’assunzione di medicinali, necessari al proprio sostentamento. Seguire questo precetto può essere una sfida in quelle nazioni, come la nostra, in cui le bevande come il vino sono parte della cultura, e considerate un mezzo di socializzazione in particolare nei momenti di relax. Questa difficoltà ci rende più  facile capire il modo migliore per addestrarsi ai precetti: sapendo che il Buddha consiglia di non assumere alcol o droghe, possiamo continuare a farlo ma ponendo attenzione a cosa succede nella nostra mente e nel nostro corpo nel momento in cui lo facciamo. Aumentando la fiducia negli insegnamenti, potremo iniziare a ridurre quelle sostanze, sempre mantenendo viva l’attenzione sui cambiamenti che vengono prodotti. Potremo anche meditare sugli effetti potenzialmente negativi e quelli che riteniamo potenzialmente positivi di assumere quelle sostanze, esplorando in profondità gli effetti delle due categorie. In questo modo il precetto non sarà un’imposizione calata dall’alto, che quasi inevitabilmente produrrà avversione al suo mantenimento, ma una vera e propria palestra in cui il nostro comportamento, senza giudizio, viene osservato per quello che è e per gli effetti che produce. All’aumentare della saggezza, saremo noi stessi a decidere se questo precetto è adatto a noi e in quale misura. 

Lo stesso vale per tutti gli altri. Nel caso di non prendere ciò che non è stato dato liberamente, potremo affinare il precetto sempre più, applicandolo a cose sempre di minor valore, sulla base o meno di quanto chi lo possiede lo stimi caro. Il Venerabile Ajahn Buddhaghosa spiega come ci siano cinque fattori in gioco: gli averi di qualcun altro, la consapevolezza che sono di qualcun altro, il pensiero del furto, l’azione di realizzarlo, il togliere come risultato di esso. Si può anche distinguere l’acquisizione illegale per mezzo di furti, rapine, traffici subdoli, stratagemmi e speculazioni. Si possono fare analoghe considerazioni per gli altri precetti, in termine dei fattori in gioco e di come si esplicitano. 

Ci può dire qualcosa sull’utilità dell’etica il fatto che il Buddha diede questo insegnamento ad un monaco, Dhammika, che i sostenitori laici del Sangha addirittura cacciarono non solo dal proprio monastero ma da tutte le terre di quel luogo! Questo perché non trattava appropriatamente gli altri mendicanti: “Dhammika … abusa dei mendicanti in visita; li insulta, danneggia, attacca e molesta”. Così Dhammika andò a chiedere consiglio al Beato che in quell’occasione formulò il testo dei Cinque Precetti, a beneficio non solo dello sventurato monaco, ma di noi tutti.

Oltre questi Cinque Precetti ne esiste un’estensione in otto, tipicamente seguiti dai laici quando si risiede in un monastero, come nel caso di un ritiro, e dagli anagarika, persone che hanno iniziato i primi passi del percorso verso il monachesimo. Si aggiungono ai precedenti anche il precetto di mangiare soltanto entro mezzogiorno, di non adornarsi con ghirlande e profumi, di non dormire su “letti alti”, ovvero di non oziare; il precetto sulla condotta sessuale in questo caso diviene quello di castità.  I monaci novizi, i samanera, prendono dieci precetti, aggiungendo agli otto uno relativo all’astensione dall’usare oro e argento o comunque valori in genere e denaro.  Per i monaci e le monache i precetti sono rispettivamente ben 227 e 331, descritti in dettaglio nel Pāṭimokkha, parte del Vinaya, il codice monastico. 

I praticanti possono prendere questi precetti decidendo di farli propri. Nella tradizione Theravāda si possono prendere questi precetti, tipicamente uniti alla presa dei Tre Rifugi nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha, recitandoli con un monaco, una monaca, un amico o un’amica spirituali. 

Il Buddha suggerisce di darsi la possibilità di porre maggiore consapevolezza in alcuni giorni del mese,  i giorni d’osservanza, uposatha, che coincidono con le fasi lunari di luna piena e luna nuova e le due mezze lune. In questi giorni si possono prendere di nuovo i precetti, rinforzando l’intenzione iniziale. 

Karma

Seguire l’etica ha un impatto anche sul karma, ovvero sugli effetti delle proprie azioni. Si consideri che il karma non è legato a tutte le azioni, ma soltanto quelle che vengono fatte con intenzione, cetana. Uccidere un insetto perché inavvertitamente ci si passa sopra non ha effetti karmici, anche se è utile e opportuno affinare la propria sensibilità per ridurre gli effetti di azioni non intenzionali. 

Seguire l’etica buddhista, non facendo del male, applicando i precetti, ha un importante effetto, quello di coltivare semi salutari che faranno sì che la nostra vita sia sempre più equilibrata. Buone azioni conducono al miglioramento della propria condizione, e per questo vengono chiamate “meriti”, puñña, che purificano progressivamente la condotta. Praticare generosità, dana, virtù, sīla e meditazione, bhāvanā, sono considerate basi per far sbocciare buoni frutti. Il Sangha è considerato un ottimo “campo di pratica”, in quanto  agire correttamente ed essere generosi con i nobili esseri ha un effetto maggiore. 

Possiamo anche considerare l’etica, la generosità e la meditazione delle buone prassi, delle “best practices”, che ci permettono di vivere sempre più una vita degna di essere vissuta, riducendo progressivamente attaccamenti, avversioni e ignoranza, fino al punto di stabilirci nella pace stabile del nirvana. 

Riferimenti

Dhammikasutta, “Sutta di Dhammica”, AN 6.54,  in inglese e Pāli: https://suttacentral.net/an6.54/en/sujato. In italiano in una versione leggermente diversa in Snp 2.14: https://www.canonepali.net/snp-2-14-dhammika-sutta-dhammika/

Saccavibhaṅgasutta, “L’analisi delle Verità”, MN 141, in italiano: https://www.canonepali.net/mn-141-saccavibhanga-sutta-determinazione-della-verita/, in inglese e Pāli: https://suttacentral.net/mn141/en/sujato

Vaṇijjāsutta, “Commercio”, AN 5.177, in italiano:  https://www.canonepali.net/an-5-177-vanijja-sutta-cattivi-mezzi-di-sostentamento/, in inglese e Pāli: https://suttacentral.net/an5.177/en/sujato 

Ajahn Chah, “Insegnamenti”, Edizioni Santacittarama, 2019

Thich Nhat Hanh, “Happiness: Essential Mindfulness Practices”, Parallax Press, 2009

Musiche di Sergey Cheremisinov.

Foto di copertina di  Wang Junyi on Unsplash

Foto del Buddha, dal sito del Metropolitan Museum of Art. Un soggetto popolare nell’arte buddhista medievale è il Buddha che predica il suo primo sermone nellaforesta di cervi a Sarnath, a nord di Bodhgaya, dove aveva sperimentato l’illuminazione alcune settimane prima. È seduto in una posizione yogica con la sua veste monastica drappeggiata su entrambe le spalle e la sua mano alzata nel gesto della rotazione della ruota della legge buddhista, o Dharma (Dharmacakra Mudra). Un’iscrizione sanscrita in scrittura proto-bengalese sulla base del trono di loto può essere letta come: “Alla causa della religione divina [da] il tagliapietre [scultore] Vijaka.” Questo è un raro esempio del nome di uno scultore della dinastia Pala.

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