Riflessioni di Dharma su come rendere la pratica viva

Ep. 78 Riflessioni di Dharma su come rendere la pratica viva

Come rendere la pratica viva? Vediamo come far sì che la meditazione e la pratica del Dharma ci portino effettivi cambiamenti nella vita
Terrapura: Meditazione, Mindfulness, Buddhismo
Ep. 78 Riflessioni di Dharma su come rendere la pratica viva
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Spesso la nostra vita sembra un gomitolo di lana dopo che ci ha giocato un gatto: dappertutto nodi, filo intrecciato su sé stesso, avvolto intorno a tutto ciò che ha incontrato: sedie, gambe del tavolo…

Il problema diventa tanto più grande se vogliamo fare un maglione di lana senza renderci conto della condizione di questo gomitolo, ma addirittura pensiamo che sia tutto a posto.

Come rendere la pratica viva

Sembra assurdo, ma è proprio quello che facciamo abitualmente nella vita, dove non ci rendiamo davvero conto di quali sono gli aspetti della vita che ci creano problemi e quali ci portano invece beneficio. Come dice il grandissimo monaco birmano, il Ven. Sayadaw Ashin Ottamathara, maestro della Ven. Khema Cari, responsabile del Centro Thabarwa Cinquefrondi in Calabria:

Se conosci le tue abitudini, debolezza, attaccamento, hai la possibilità di studiarne, più studi, più conosci la causa e l’effetto.
Se li conosci davvero, potresti essere libero dall’attaccamento, conoscere il potere, quindi dobbiamo sapere sempre di più, dobbiamo essere consapevoli di noi stessi, della nostra debolezza, delle nostre abitudini, in questo modo, possiamo staccarci.
Ci permettiamo l’attaccamento a causa dell’ignoranza, quindi, se siamo consapevoli del nostro attaccamento, si cambierà nel distacco.
Ven. Sayadaw Ashin Ottamathara

Il punto critico è l’ignoranza, che è alla base anche dell’attaccamento, l’elemento decisivo da abbandonare per ottenere la pace. Ma se siamo ignoranti, come possiamo scoprire i nodi che ci fanno soffrire e quello che ci porta beneficio?

Esploratori del Dharma

Il Buddha ci ha indicato il Nobile Ottuplice Sentiero come strada per rimuovere l’attaccamento. L’insegnamento di fondo è quello di toccare in prima persona ciò che è e non è salutare, purificando la mente e il cuore. E’ questa la sensibilità che dobbiamo sviluppare per essere dei praticanti autonomi, per iniziare ad essere isola di noi stessi, come ci ha esortato il Buddha nel suo ultimo insegnamento.

Dobbiamo essere esploratori del Dharma, vedere ogni cosa della nostra vita alla luce di questo metro, se aumenta o diminuisce la nostra libertà. Il Dharma non è statico, non è un testo scritto su un libro sacro grazie alla lettura del quale potremo trovare la pace stabile. E’ molto di più, è il catalizzatore che posto nella nostra vita ci permette da noi di renderla armonica, ci permette da noi di non soffrire più.

Se l’esploratore nella jungla usa un faro per orientarsi, noi potremo usare il faro della consapevolezza, sati, che ci permetterà di osservare le sensazioni che proviamo, se c’è piacere o dispiacere, se ci sentiamo armonici o disarmonici in una situazione. Prendendoci la responsabilità di quello che succede, non rimandando nulla al comportamento degli “altri”, a “quello che sta succedendo” all’esterno. Perché, come dice il Ven. Ajahn Viradhammo:

L’esperienza non è il problema, il desiderio non è il problema, la paura non è il problema, la noia non è il problema. Il problema è l’attaccamento ad essi.
Ajahn Viradhammo

Nel discorso “Rendere vivi gli insegnamenti“, Ajahn Viradhammo ci dà delle ottime indicazioni di come agire:

L’insegnamento che pratichiamo è quello di diventare più obiettivi: “Va bene, questa è un’esperienza di rabbia, ma è qualcosa che sorge e cessa. Cosa causa la sofferenza in questa situazione?” Ci stiamo quindi distaccando dalla pretesa urgenza, complessità e attrattiva della nostra esperienza. In questo procedimento non ha importanza a causa di chi si è arrabbiati. La cosa importante è quella di guardare più in profondità questi basilari schemi mentali, per capirli. […]

E allora, che fare? Bene, possiamo usare pensieri salutari invece che pensieri di colpevolezza. Possiamo dirci: “D’ora in poi cercherò di non parlare più in questo modo”. Questo proposito possiamo farlo; una volta impiantato nella mente, questo proposito ci aiuta a renderci più consapevoli.

Ajahn Viradhammo

Agli aspetti non salutari della mente possiamo sempre contrapporre quelli salutari: portando gentilezza amorevole (mettā) al posto di odio e rabbia, portando energia al posto di torpore e sonnolenza, calma mentale al posto di agitazione e rimorso e così via. Per sapere quali possiamo leggere un libro di Dharma (ad es. l’ottimo “Working with the Five Hindrances” di Ajahn Thiradhammo) ma possiamo anche esplorare da noi quali sono le esperienze che ci portano benefici.

Il processo di come rendere la pratica viva

E’ un processo che può essere doloroso, per questo la pratica del Dharma è una pratica non facile e che richiede molta pazienza. Quando andiamo a toccare i nodi, spesso la meditazione diventa tutt’altro che serena, ma anziché abbandonare questa osservazione, con prudenza e gentilezza possiamo continuare ad osservare, in modo da poter sciogliere i nodi, in modo da poter finalmente poter realizzare questo bel maglione caldo che è una vita autenticamente felice.

Riflessioni di Dharma registrate nel gruppo di meditazione il giorno 18 dicembre 2020.

Per osservare le fonti di insoddisfazione e gratitudine, puoi ascoltare questa meditazione guidata.

Photo by Manuel Cosentino on Unsplash

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