Dharma e poesia

Ep. 92 Riflessioni su Dharma e poesia

Riflessioni sul Dharma e la poesia. Come è possibile esprimere l'inesprimibile? Sviluppiamo la nostra vena poetica per vivere più pienamente!

6 Febbraio 2021

Terrapura: Meditazione, Mindfulness, Buddhismo
Ep. 92 Riflessioni su Dharma e poesia
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Una delle più grandi difficoltà per poter condividere le esperienze spirituali è data dal fatto che queste esperienze vanno oltre il campo di comprensione della mente, sono esperienze che vanno comprese in modo intuitivo, sono pre-verbali.

Come è possibile allora comunicare l’incomunicabile?

La poesia può essere uno di questi mezzi. Poesia che può essere espressa anche visivamente, come ci mostra questa storia del Buddha che è il fondamento dell’insegnamento diretto dello Zen:

Si racconta che il Buddha, mentre si trovava sul monte Gridhrakuta, colse un fiore di fronte ai suoi discepoli e lo tenne a lungo davanti a sé contemplandolo. Coloro che lo circondavano si attendevano una spiegazione di quel gesto, mentre Mahākāśyapa si limitò a sorridere al maestro che reggeva il fiore. Il Buddha disse allora: «le parole non possono raggiungerlo, le parole non possono insegnarlo e questa è la verità che ho appena insegnato a Mahākāśyapa». Da quel giorno Mahākāśyapa divenne il primo patriarca dello Zen poiché, proprio in questo kōan, noto come “Il Sermone del fiore” (教外別傳) (ma anche “Il Fiore e il sorriso”), è racchiusa l’origine dell’interpretazione Zen, ossia una trasmissione conoscitiva (prajñā) capace di aver luogo oltrepassando il medium della parola o della scrittura. I quattro versi più importanti in questa storia sono infatti: 
           教外別傳 Una comunicazione che oltrepassa la scrittura
           不立文字 non fondata sulla parola scritta           
           直指人心 che mira direttamente alla mente umana           
           見性成佛 e arriva alla buddhità attraverso se stessi

Sergio Caldarella, Digressione Zen: il dicibile nell’indicibile, una lezione per l’occidente in «Studi Collaterali. Rivista di Cultura e Pensiero», Nr. 43, Vol. IV, Milano, 2014

Vi è una grande tradizione poetica nel buddhismo; il Buddha stesso ha recitato con grande abilità numerosissimi versi registrati nel Canone Pāli. Sempre nel Canone si trovano registrate numerose poesie dei monaci, nella sezione del Theragāthā, e delle monache, nella sezione del Therigāthā.

Dharma e poesia

Questa tradizione si è mantenuta costante negli anni, sia da parte del Sangha monastico che da parte dei praticanti laici.

Vi è in particolare un sito web, Dhamma Moon, che raccoglie numerose poesie ispirate dal Dhamma. Il sito è curato da Ajahn Sucitto e Ajahn Abhinando. Leggiamo proprio una poesia di Ajahn Abhinando:

Le Cose Ordinarie


Le cose ordinarie sono profonde
quanto incubi e visioni,
non nascondono i loro inviti.
 
Ricorda il Maestro cinese
che sprofondò nella pace
dopo una lunga notte di pioggia
martellante sul suo tetto di bambù.
 
E certe volte di sera,
quando luce e oscurità
sono impegnate a rimescolare misteri,
 
ci dimentichiamo di noi in modo lucido,
delicato, e quello che resta è solo
felicità e dolore
e la purezza che non può essere vista.

Ajahn Abhinando, Ordinary Things, dal sito web Dhamma Moon

Oltre ammirare la bellezza del poema, possiamo anche osservare come queste parole rimandano a delle esperienze che possiamo scoprire applicando la consapevolezza nella nostra vita, fino ad arrivare a “dimenticarci di noi stessi”, che ci porta ad una “purezza che non può essere vista”, ma che questi versi ci fanno intuire.

Vivere la poesia

Dharma e poesia sono così connaturati! L’esperienza della poesia per noi può essere data dalla lettura di versi ispirati come questi. Ma questa esperienza può essere data anche dal vivere direttamente la poesia. Poesia non è infatti soltanto la scrittura di versi, ma si può palesare osservando a fondo la realtà. In questo modo possiamo essere come Mahākāśyapa, che si è risvegliato di fronte ad un fiore; possiamo vedere la natura mobile delle persone come ha fatto Picasso, senza fermarsi alla ricostruzione che facciamo con la nostra mente.

Pablo Picasso, “Ragazza con berretto rosso e pompon”

Possiamo sviluppare questa qualità della poesia, che ci porta a vedere più a fondo il mondo, e a farlo al tempo stesso con grande attenzione e grande leggerezza, permettendo al mondo di compenetrarci.

Facendo così potremo toccare le intuizioni del monaco cinese Su Shi, che parlando del Buddha ha scritto questa magnifica poesia:

I suoni dei torrenti della valle sono la sua lingua lunga e vasta;
Le forme delle montagne sono il suo corpo immacolato.
Di notte ho sentito la miriade di versi sūtra pronunciati
Come potrò raccontarli agli altri?

Su Shi (1037-1101)

Buona poesia!

Riflessioni di Dharma e poesia registrate nel gruppo di meditazione il 5 febbraio 2021.
Queste riflessioni seguono la meditazione guidata sul suono del silenzio e il proprio nome, disponibile qui sul podcast.

Photo by Ksenia Makagonova on Unsplash

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